La macchia umana by Philip Roth

La macchia umana by Philip Roth

Author:Philip Roth
Format: mobi
Published: 2011-09-08T22:00:00+00:00


E una quarantina di anni dopo, mentre tornava a casa in macchina dal college, assediato dalle recriminazioni, ricordando uno dei momenti più belli della sua vita (la nascita dei suoi figli, l'allegria, la fin troppo innocente eccitazione, il violento tentennare della propria decisione, il sollievo così grande che per poco non distrusse questa determinazione), ricordò anche la sera peggiore della sua vita, tornò con la mente alla naia e alla sera in cui lo avevano buttato fuori da quel bordello di Norfolk, il famoso bordello bianco chiamato «da Oris». «Tu sei un negro, no, ragazzo?», e tre secondi dopo i buttafuori lo avevano scaraventato dalla porta aperta, sui gradini del marciapiede e nella strada. Il posto che faceva per lui era «da Lulu», in Warwick Avenue: era da Lulu, gli urlarono dietro, che doveva portare il proprio culo nero. Andò a sbattere la fronte contro il marciapiede, ma riuscì a tirarsi su e si mise a correre finché scorse un vicoletto, e passando di là evitò gli uomini della polizia militare, che il sabato erano dappertutto con i loro manganelli dondolanti. Finì nella toilette dell'unico bar in cui ebbe il coraggio di entrare, con l'aria malconcia che aveva: un bar di colore ad appena qualche decina di metri da Hampton Road e dal ferry di Newport News (il traghetto che portava da Lulu i marinai) e a una decina di isolati dal bordello di Oris. Era il primo bar di colore in cui aveva messo piede da quando studiava a East Orange, quando insieme a un amico prendeva il treno da Newark per andare a consegnare l'importo delle scommesse sulle partite di football del Billy's Twilight Club. Durante i primi due anni di liceo, oltre alla boxe praticata di nascosto, andò e venne dal Billy's Twilight per tutto l'autunno, ed era là che aveva raccolto le notizie che sosteneva di aver imparato – come ragazzo bianco di East Orange – nella taverna di proprietà del suo padre ebreo.

Ricordava la fatica che aveva fatto per fermare il sangue che colava dai tagli che aveva sulla faccia, e come avesse cercato inutilmente di stagnarlo col blusotto della divisa bianca mentre il sangue continuava a gocciolare sporcando dappertutto. La tazza del water senza la ciambella era incrostata di merda, il pavimento di legno fradicio inondato di piscio, il lavandino, se era un lavandino, un trogolo traboccante di vomito e catarro: sicché, quando iniziarono i conati per il dolore che sentiva al polso, Coleman rigettò contro il muro che aveva di fronte piuttosto che abbassare il viso sopra quel letamaio.

Era un locale orribile e assordante, il peggiore, non aveva mai visto un posto simile, il più abominevole che avrebbe mai potuto immaginare, ma doveva nascondersi da qualche parte e così, sulla panca più lontana che trovò, la più distante dai relitti umani che si accalcavano intorno al banco, e nella morsa di tutti i suoi timori, cercò di sorseggiare una birra, di calmarsi, di lenire il dolore e di non farsi notare. Non che



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